domenica 16 gennaio 2011
Nuovo numero di Prometheus
L'esperimento in corpore vili è già stato fatto sui docenti precari della scuola pubblica statale. Valutati con i criteri principe dell'apparato burocratico della PA, ovvero quelli dell'anzianità di servizio e dei titoli, i docenti precari sono divisi da punteggi che li mettono uno contro l'altro nelle diverse graduatorie e aspirano, dopo anni di indegno, non riconosciuto e vergognoso inferno, senza scatti di anzianità, quasi sempre licenziati a giugno per essere riassunti a settembre quando va bene, a quel contratto a tempo indeterminato che è ormai un miraggio. I docenti precari arraffano punti con corsi e corsetti, master sulla cui qualità e su come sono tutelati ci sarebbe da discutere, e molto, come pure sugli interessi economici che vi stanno dietro, fra cui quelli padronali del nostro attuale Presidente del consiglio. Lo scempio l'abbiamo di fronte, ora comunque è il turno dei colleghi di ruolo, già toccati da un rinnovato processo di precarizzazione che vede molti di loro, soprannumerari, raggranellare la cattedra in scuole diverse e in gruppi atomici di ore in discipline improbabili. Vivranno quel giorno funesto di cui hanno visto solo l'alba a fronte della cosiddetta riforma della scuola? La costruzione di un sistema in cui le relazioni si fondino sulla concorrenza virtuosa basata su compensi – premi di produzione –, intesi a gratificare il merito misurato dei singoli, resta vago e volutamente indefinito; come ciò potrà accadere – rientra nella più ampia retorica della “scuola di qualità”, cui aderiscono soggetti politici, partiti e sindacati, in modo chi opportunistico, chi strategico, nel riposizionamento in un quadro di consenso politico. Ma tentiamo qui di seguito di accennare al travisamento di fondo, al fine di smascherare quello che in queste righe chiameremo l'obbrobrio. La scuola è un articolato organismo-contesto che vive di interazioni continue, formalizzate e non, con la società, contribuendo assieme ad altri soggetti istituzionalizzati e non a far cultura, a costruire saperi. I reparti della fabbrica della conoscenza – pensiamo a uno qualsiasi degli istituti o plessi in cui lavoriamo – sono i gruppi di lavoro letto come opera sociale e condivisa. La scuola possiede ancora un soggetto collettivo, il Collegio dei docenti, dotato di ampia autonomia in materia di didattica! Organizzazione e progettazione fondano una struttura in cui le interazioni si basano su collettivi e gruppi. La valutazione degli apprendimenti è fatta dal Consiglio di classe, ad esempio. L'obbrobrio sta appunto nel passare dalla socializzazione delle competenze, socializzazione che contribuisce a costruirle oltre che a definirle, alla libera concorrenza delle professionalità individuali. L'approccio al merito segue un noto schema applicato ideologicamente ai lavoratori della PA, secondo cui, garantendo al singolo il merito monetizzato – il premio di produzione – dovuto a quel che produce, si creerà quella virtuosa concorrenza all'interno della scuola mercato che al contesto degli apprendimenti non potrà che giovare. Ma la scuola non è il libero mercato di Adam Smith e nemmeno quel corpo di burocrati rinsecchito che abbisogna della linfa vitale dell'iniziativa personale all'insegna del diventare “imprenditori di se stessi”. La scuola è un organismo, lo ripetiamo, in cui l'elemento di produzione e valutazione è al massimo grado socializzato. Nella scuola la burocratizzazione dei processi non è spinta, come invece all'interno di altri settori della PA, fatta eccezione marginalmente per i reparti amministrativi. Sintetizzando, ci si trova di fronte alla concreta impossibilità di passare dal valore d'uso al valore di scambio “misurato razionalmente”. Come ci si comporterà con i molti docenti che studiano e si aggiornano in modo serio, ma autonomo e così difficilmente rilevabile? Ma la retorica del merito nel suo dispiegarsi tocca marginalmente e inappropriatamente, evidenziando i suoi limiti, la questione della valutazione dei gruppi di lavoro – i reparti della fabbrica della conoscenza –, cadendo infine nell'errore di confondere il gruppo con la somma algebrica dei suoi componenti, astratta nella misurazione razionale aziendalistica. Di nuovo, come già accennato in un precedente articolo qui su Prometheus, non troviamo alcun cenno alla possibilità di innescare e valorizzare dei processi di auto-valutazione, se già presenti. È possibile esplicitarli condividendo criticamente prassi – le prassi virtuose – all'interno della scuola e fra scuole diverse. Oggi la rete con i suoi strumenti, sfruttabili pienamente con le competenze presenti all'interno della scuola, offre possibili e diversificate soluzioni per lavorare in tal senso, in modo rinnovato e creativo. La tendenza attuale è quindi quella di interpretare e costruire una scuola, valutandola anche, polverizzata e scollata nei suoi attori e nei processi in cui questi sono coinvolti. La razionalità chiusa si articola in un discorso in cui la retorica aziendale frammenta e polverizza un contesto produttivo, stravolgendolo e piegandolo verso altri interessi ben identificabili, come vedremo in seguito.
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sabato 4 dicembre 2010
Prometheus: doppio numero
giovedì 2 dicembre 2010
domenica 17 ottobre 2010
Documento LAS Milano - RPVeneto su "merito e valutazione"
Inoltre, proporre queste novità, con lo scopo dichiarato di rilanciare la scuola italiana, significa dare adito alla mistificazione secondo la quale sarebbe possibile riformare la scuola a costo zero, o addirittura, come mostra la costante riduzione dei finanziamenti che data ormai da un ventennio, risparmiando. I problemi della scuola italiana, che il PD dichiara di avere a cuore, come la dispersione o lo scarso numero di diplomati, sono il risultato di una politica sistematica di taglio alla spesa; non possono quindi essere risolti altrimenti che con una politica di investimento. Non si tratta di impiegare meglio le risorse esistenti, ma di incrementarle. La cosiddetta qualità dell’istruzione richiede classi contenute, non classi-pollaio da 35 studenti; richiede che si possano nominare supplenti anche per le assenze brevi, anziché essere costretti a smembrare le classi ad ogni ora, e che si assumano in ruolo i docenti precari; la lotta alla dispersione richiede la presenza nelle scuole di personale qualificato che orienti, riorienti, sostenga gli studenti in difficoltà; l’integrazione degli alunni stranieri impone l’assunzione di insegnanti di italiano L2; la preparazione degli insegnanti passa attraverso l’erogazione di corsi di aggiornamento gratuiti, e così via.
L’opinione pubblica può credere che la dispersione scolastica e le carenze della scuola italiana dipendano dall’impreparazione e dallo scarso impegno degli insegnanti, dal meccanismo dello scorrimento delle graduatorie e dalla scarsa selezione in ingresso, dalla mancanza della valutazione e dall’eccesso di burocrazia. Un partito che ambisca a governare il paese e che voglia rappresentare una reale alternativa agli occhi di un milione di lavoratori della scuola e di milioni di potenziali elettori, però, anziché legittimare quei pregiudizi e proporre soluzioni che su essi si fondano, dovrebbe denunciare con onestà e forza le vere cause delle difficoltà in cui versa la scuola – i tagli alle risorse dell’ultimo ventennio - e proporre conseguentemente un piano finanziario che la rilanci e che collochi la spesa italiana per l’istruzione in linea con quella dei principali paesi europei.
Propongono:
Lavoratori Auto-organizzati della Scuola – Milano
Rete Organizzata Docenti e Ata Precari Scuola Veneto
Sottoscrivono:
Coordinamento Precari Scuola Modena
Gruppi di Azione Precaria Genova
Precari Cobas Napoli
Precari Scuola Padova
Precari Scuola Cobas Roma
Precari Scuola Cobas Latina
Precari Scuola Cobas Pisa
Precari Scuola Cobas Salerno
Precari Scuola Cagliari
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lunedì 11 ottobre 2010
Tutti ad Adro per lo sciopero generale della scuola del 15 ottobre!
Di seguito il comunicato dei Cobas di Milano.
SCIOPERO GENERALE DELLA SCUOLA: VENERDÌ 15 OTTOBRE TUTTI/E AD ADRO
I docenti e gli ATA Cobas di Milano il 15 ottobre, giornata di sciopero generale della scuola, con manifestazioni territoriali, invitano tutti ad Adro (BS).La proposta di “gita bresciana” nasce dal profondo disgusto per lo scandaloso spettacolo offerto nella nuova scuola del paesino lombardo, segnale di un ennesimo avanzamento nella campagna senza fine di distruzione della scuola pubblica e di uso di essa per interessi privati: quelli in questo caso di un partito, la lega nord, che fa veramente di tutto pur di rafforzare la componente identitaria di una buona parte della popolazione locale, leghista e razzista, mandando in soffitta la cultura del rispetto verso tutti coloro che non si identificano con i “valori” padani e sbattendosene del messaggio di solidarietà verso i molti figli di immigrati, alunni di questa scuola pubblica, cioè di tutti.Andiamo ad Adro, dunque, per ridipingere coi nostri colori e per “oscurare” con solarità, il verde, intriso però di tinte cupe, dei meschini simboli leghisti.Manifesteremo la nostra ferma opposizione al progetto razzista senza dimenticare le altre sacrosante ragioni dello sciopero e cioè la netta contrarietà ai tagli e all’espulsione dei precari, il NO alla controriforma delle superiori, la battaglia contro le cattedre extralarge oltre l’orario contrattuale, il rifiuto dell’ingestibile numero degli alunni nelle classi, spesso al di sopra dei limiti normativi sulla sicurezza.Scioperiamo quindi perché gli investimenti in istruzione, anzichè diminuire, crescano da ora sostanziosamente, uguagliando le medie degli altri paesi OCSE, attraverso l’assunzione stabile dei precari in tutti i posti vacanti, a cominciare dall’immediato ripristino degli orari e degli organici negli istituti tecnici e professionali, come imposto dal Consiglio di Stato, rivogliamo il maltolto del contratto e degli scatti di anzianità e il diritto di assemblea per tutti/e.L’appuntamento per i milanesi e per tutti quelli che volessero partire da Milano è in Stazione centrale alle ore 7.45 di ven 15 per prendere il treno per Brescia, con fermata a Rovato, dove una navetta ci porterà ad Adro.
lunedì 4 ottobre 2010
Da Prometheus numero 1 - settembre 2010
Il precariato scolastico in Italia
di Stefano Micheletti
Il precariato nella scuola è sempre esistito. L’avvio all’insegnamento è sempre stato caratterizzato dalle prime supplenze e via via dall’accesso al ruolo. Tutti lo consideravano una sorta di tirocinio, nel bene o nel male, necessario. Ma negli ultimi lustri il precariato si sta sempre più connotando, nella scuola, ma nel mercato del lavoro in generale, non più come un periodo iniziale e transitorio della vita professionale, ma come una sorta di condizione esistenziale, la precarietà a vita appunto. Tant'è vero che ormai le notizie di docenti e non docenti ultrasessantenni, che vanno in pensione senza vedersi trasformare il contratto da tempo determinato a indeterminato, non destano più clamore. Chi poi entra in ruolo dopo moltissimi anni da supplente in realtà condurrà per sempre una vita – dal punto di vista del reddito – precaria: avrà una “carriera” precaria (ai sensi della ricostruzione della carriera, infatti, solo i primi 4 anni pre-ruolo sono riconosciuti interi, il resto per i due terzi), ma soprattutto avrà una pensione da fame, viste le settimane estive non coperte dai contributi, a parte quelli “figurativi” dell’indennità di disoccupazione.
Vediamo come e perché siamo arrivati a questo. Partiamo da un articolo di Tuttoscuola del 6 settembre scorso.
Virtualmente le assunzioni in ruolo dovrebbero essere effettuate su tutti i posti vacanti. Ma non si tratta di un adempimento automatico da parte dell'Amministrazione scolastica, perché la legge 449/1997 dispone che le assunzioni devono essere autorizzate dalla Presidenza del Consiglio sentito il Ministero dell'Economia e Finanze. In questo modo, se il numero delle immissioni in ruolo non copre i posti lasciati liberi per pensionamento (è successo nei primi anni di questo decennio), occorre ricorrere alla nomina di docenti con contratto a tempo determinato. Se non vi sono autorizzazioni di assunzioni (è capitato per due anni nel 2002/03 e nel 2003/04), ovviamente il livello di docenti con contratto a tempo determinato si alza in modo preoccupante. Due altri fattori hanno inciso sensibilmente in modo concomitante sull'aumento dei docenti con contratto a tempo determinato in quel periodo: sostegno in deroga e scompenso tra organico previsionale e quello di fatto. Sostegno: vi è stato l'aumento costante del numero di posti di sostegno in deroga (da riservare per legge solo al personale a tempo determinato), più che raddoppiato dal 98/99, quando era sotto le 20mila unità e arrivato a quasi 47mila nel 2006-07. Riguardo a organico di diritto (previsionale) e situazione di fatto, nel 2006-07 - ad esempio - vi è stata una differenza di quasi 2.500 classi in più (erano state previste 375.722 e ne sono state attivate effettivamente 378.034) che hanno comportato 7-8 mila nomine precarie in più. Il resto, come era sempre avvenuto in quegli anni, lo ha fatto il turn over. Insomma, una politica degli organici dipendente dalle ragioni di bilancio ha compromesso la stabilizzazione nella scuola e alimentato le nomine precarie, a danno della continuità educativa e della qualità dell'offerta formativa, soprattutto nella scuola secondaria Prima del 2000 docente precario voleva dire soprattutto professore di scuola secondaria superiore con contratto a tempo determinato, perché negli altri settori l'incidenza di insegnanti non di ruolo era poco più che fisiologica. Dal 2001-02 anche nella scuola media aumenta sensibilmente la presenza di docenti precari, raggiungendo in breve tempo le stesse percentuali di professori precari della secondaria superiore [...].
Insomma, gli sproloqui della Gelmini, ma anche degli esponenti della parte politica oggi non al governo (abbiamo un certo pudore nello scrivere “all’opposizione”), sulle graduatorie dei precari ingrossate artificialmente o da sistemi di formazione e reclutamento inefficaci che hanno creato il mostro, sono fandonie: il nocciolo della questione è che il precariato c’è, perché si tratta di una questione di SFRUTTAMENTO. La L 449/97, con la quale si dispone che le assunzioni nella scuola devono essere autorizzate volta per volta dal Ministero dell’Economia, è la legge finanziaria del 1998. Alla presidenza del Consiglio dei Ministri c’è Prodi, al Ministero del Tesoro Ciampi e alle Finanze Visco. Sono gli anni in cui si favoleggia sulle magnifiche sorti e progressive della flessibilità. Gli anni in cui D’Alema proclama la fine del “posto fisso”, in cui Berlinguer e Bassanini preparano l’avvento della cosiddetta autonomia scolastica, all’insegna della flessibilità e dell’aziendalizzazione della scuola. Sono gli anni del “pacchetto Treu” che introduce nel mercato del lavoro innumerevoli forme di contratti flessibili e precari, dispositivi poi peggiorati dalla L 30 varata dal centrodestra.
Le assunzioni in ruolo avvengono sui posti vacanti di organico di diritto, che però non corrispondono mai all’organico di fatto necessario per garantire il servizio scolastico. E negli ultimi anni la forbice tra odd e odf si è sempre più allargata. Qualcuno ricorda ancora le polemiche innescate dalle associazioni di precari della scuola sulla pubblicazione di un carteggio tra l’allora (1997) ministro delle Finanze Visco e l’allora ragioniere generale dello Stato Monorchio, in ordine alla preparazione/discussione della legge finanziaria per il 1998. In questo carteggio Visco sosteneva candidamente che nella scuola conveniva mantenere il maggior numero possibile di posti in odf, senza stabilizzarli in odd, perché, essendo i posti di fatto occupati da personale con contratto a tempo determinato, il RISPARMIO per l’Amministrazione sarebbe stato notevole.
Come sappiamo, i supplenti fino al termine delle attività didattiche - la maggioranza - sono occupati sui posti di fatto e non percepiscono lo stipendio nei mesi estivi, mentre tutti, anche i supplenti annuali che percepiscono lo stipendio in estate, non godono della progressione di carriera. Mediamente, al lordo, per ogni contratto a td rispetto a ogni contratto a ti, il risparmio allora ammontava a 14 milioni di £. Calcoli e tabelle erano pubblicati nelle relazioni tecniche allegate alla L 449/97 che ha abolito l’automaticità delle assunzioni sui posti vacanti, vincolandole all’autorizzazione del Ministro dell’Economia.
Anche nel dicembre 2006, quando è varata la Finanziaria 2007 che prevede un piano di fattibilità triennale per l’immissione in ruolo di 150mila docenti e 20mila Ata, poi divenuti 30mila, è premier Prodi, Ministro dell’Economia e delle Finanze un altro banchiere, Padoa Schioppa. Molti all’epoca cercarono di smontare quella che era una "promessa", visto che annualmente le immissioni in ruolo avrebbero dovuto avere l’autorizzazione di Schioppa. Il piano fu anche criticato perché in realtà era compatibile con le politiche dei tagli agli organici (confermate nel Quaderno Bianco sulla Scuola del Ministro Fioroni pubblicato nel settembre del 2007) e con le previsioni sui pensionamenti. In realtà le 150mila assunzioni in ruolo in 3 anni avrebbero solo garantito il turn-over, anche al netto dei tagli previsti (che non si scostavano molto da quelli della L 133/08: Gelmini ha sempre a ragione sostenuto che i numeri dei suoi tagli provenivano dal Quaderno di Fioroni). E non avrebbero comunque risolto il problema del precariato nella scuola. Calcoli e tabelle pubblicati nelle relazioni tecniche illustrative allegate alla legge finanziaria del 2007 dimostravano l’assoluta compatibilità del piano di assunzioni. Anzi, con il graduale ripristino del turn-over l’Amministrazione risparmiava notevolmente, in quanto un docente in pensione arriva al massimo di carriera e di stipendio tabellare corrispondente, mentre un neo-assunto prende servizio a livello 0 di carriera e di stipendio. Comunque, nonostante il graduale piano di assunzioni sui posti vacanti di odd, sarebbero rimasti in odf migliaia di posti su cui collocare supplenti fino al termine delle attività didattiche, retribuiti mediamente 9.000 € in meno l’anno del personale a tempo indeterminato.
Coloro che criticarono il piano delle 150mila assunzioni sostenevano invece perlomeno l’assunzione su tutti i posti disponibili, abrogando quella norma della L 449/97 che Prodi stesso aveva fatto inserire su indicazione del "vampiro" Visco. In tutti gli anni dal 1998 in poi, infatti, le assunzioni sono state autorizzate con il contagocce e per una risibile percentuale dei posti vacanti di odd. Anche per questo anno scolastico, nonostante i tagli straordinari della L 133, i posti vacanti di odd del personale docente ammontavano a 30mila unità, ma ne sono stati assunti solo 10mila; per non parlare degli ATA (1 su 2 ha un contratto a td): a fronte di migliaia e migliaia di posti vacanti, ne sono stati assunti solo 6.500. Romano Prodi, al governo nel 2006-08, per avviare la risoluzione del problema del precariato nella scuola avrebbe potuto non inserire nella legge finanziaria piani di fattibilità (promesse), ma semplicemente abrogare una norma che Prodi Romano aveva varato nel 1997. Ma probabilmente neppure il centrosinistra intende rinunciare allo sfruttamento dei precari della scuola.
Oggi, in questo clima incerto, in cui possibili elezioni e promesse elettorali scandiscono i tempi della politica, sostenere, in alternativa ai tagli Gelmini-Tremonti e alla mattanza dei nostri fratelli precari meridionali (al Sud i tagli non sono stati attenuati da pensionamenti e aumento degli studenti), il vecchio piano di Prodi delle 150mila immissioni in ruolo significa un’ulteriore presa in giro. Se proprio dovete promettere qualcosa, promettete di abrogare la norma della L 449/97, ripristinando l’AUTOMATICITÀ delle ASSUNZIONI su tutti i posti disponibili.
venerdì 24 settembre 2010
Prometheus numero 1
Segnaliamo l'uscita del numero 1 di Prometheus, interamente dedicato al precariato: storia, sviluppi, soluzioni. Prometheus è un progetto di LAS Milano e RP Veneto. Saremmo grati a chi volesse diffonderlo nelle scuole della propria città. Di seguito, l'editoriale.
Precari, a tempo indeterminato
“Precari in sciopero della fame”, “esplode la rabbia dei precari”, “precari in vendita su e-bay” titolano i giornali e i siti delle ultime settimane. Etichetta ormai in uso nel linguaggio politico e giornalistico, quella del lavoratore precario sembra non tener minimamente conto della corrispondenza tra segno e senso. Sì, perché la precarietà del lavoro è ormai diventata una condizione stabile e strutturale, persino o soprattutto nella scuola statale. E il senso di questo aggettivo sostantivato, che contempera i due significati di revocabilità e transitorietà, sembra aver perso ogni addentellato con la realtà economica e giuridica di migliaia di lavoratori della scuola. “Revocabile”, “a discrezione d’altri” e quindi “malsicuro”, “passeggero” recita infatti il dizionario al lemma precario. Ma il precario sa che la sua precarietà è a tempo indeterminato. E precisamente dal 1997, da quando cioè è stata cancellata l’automaticità delle immissioni in ruolo.
Ma ulteriori minacce si profilano all’orizzonte. Uscita indenne dal pacchetto Treu, che introdusse nuove tipologie contrattuali come la collaborazione coordinata continuativa, e dalla legge Biagi che ne ha istituite di nuove, anche la scuola inizia a sperimentare e progettare forme contrattuali flessibili. Se da un lato infatti si trova a fare i conti con un precariato cresciuto a dismisura per questioni di mero risparmio, dall’altro ha recentemente collaudato in alcune Regioni forme di lavoro ultraflessibile e sottopagato, in deroga al CCNL, come falsa risposta alla disoccupazione prodotta dalla L 133/08. Non basta: la proposta di legge Goisis allo studio della Commissione cultura, oltre a prevedere quelle forme contrattuali flessibili di assunzione e d’impiego contemplate dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, già previste per alcuni profili lavorativi negli istituti tecnici e professionali e confermate dal recente Riordino delle superiori, introduce contratti pluriennali, da 5 a 10 anni, eventualmente confermabili. Il motivo? Risparmio, solo risparmio, perché se un precario costa in media 9mila € in meno l’anno, un lavoratore a progetto costerà ancor meno. Ricattabili, fungibili, flessibili, così saranno i futuri insegnanti di una scuola sempre più votata alla formazione di forza lavoro o mente d'opera precaria. E alla loro formazione il governo sta già pensando, visto che è di pochi giorni fa lo schema di DM sulla formazione iniziale. Sbandierata come innovativa, la futura formazione altro non è che una riedizione in versione ridotta delle vecchie SSIS. In attesa del decreto sul reclutamento, resta il fatto che si voglia eludere ancora il problema di fondo, cioè il diritto all’assunzione dei precari, sancita dal Consiglio dell’UE e riconosciuta da molti Giudici del lavoro, ma vincolata all’autorizzazione preventiva del MEF.
